La soggettività del clinico e del paziente sono parte integrante del processo diagnostico e qualunque forma di comprensione all’interno della relazione è da considerare come una co-costruzione alla quale partecipano entrambi
La diagnosi è un processo complesso, il prodotto di osservazioni, interazioni e di un ragionamento clinico il cui scopo ultimo è quello di dare un senso alla sofferenza. Ciò significa non limitare la diagnosi a una catalogazione del disturbo, ma prendere in considerazione la soggettività dell’essere umano nella sua interezza e in relazione con il suo specifico ambiente, valorizzando l’importanza del suo coinvolgimento attivo nel percorso diagnostico.
Fare diagnosi è utile e necessario: per la pianificazione del trattamento, per avere informazioni sulla prognosi, per una comunicazione chiara ed etica tra diversi operatori clinici e tra clinici e pazienti. Non è possibile considerare riuscita la cura di un paziente senza sapere per cosa lo si vuole curare e non è possibile giudicare il progresso di un trattamento senza avere in mente il risultato che si vuole raggiungere (Renik, 2006). Il problema allora è capire quale tipo di diagnosi e quale modalità utilizzare affinché la diagnosi sia davvero utile e funzionale.
Come dice Albasi (2004) “la patologia non è qualcosa che esiste la, fuori da noi o la, dentro la testa di chi viene designato come malato” : la conoscenza della realtà del paziente e del suo stare male va costruita in un lavoro collettivo, interattivo e dialogico tra paziente e terapeuta. Fare diagnosi allora significa comprendere insieme al paziente il senso del suo stare male. Spesso il paziente chiede aiuto senza avere una chiara idea dei suoi sintomi, ma consapevole solo del suo malessere e desideroso di stare meglio. Per questo, come dice O. Renik (2006) è importante prima di tutto fare chiarezza e raggiungere un consenso su quali siano i sintomi del paziente e su che cosa significa per lui un miglioramento sintomatologico. Una buona formulazione diagnostica che porta a comprendere la persona ha poi ricadute positive sulla pratica perchè la terapia diventa qualcosa di specifico per quel paziente, in quel momento, sulla base della sua personalità e del senso della sua sofferenza.
Nella prospettiva relazionale la soggettività del clinico e del paziente sono parte integrante del processo diagnostico e qualunque forma di comprensione all’interno della relazione è da considerare come una co-costruzione alla quale partecipano entrambi. Per questo motivo la diagnosi per essere utile e funzionale al suo scopo deve prendere in considerazione, oltre a segni e sintomi, altri fattori che conducano a fare ipotesi e ad avere una visione coerente delle modalità interattive e delle strutture inconsce la cui organizzazione costituisce il soggetto nella sua unitarietà, tenendo però sempre presente che la formulazione a cui può giungere il clinico, descrittiva o psicodinamica, è una costruzione che deve rimanere sempre suscettibile di una continua rielaborazione durante il processo terapeutico.
E’ dalla considerazione di questo insieme di fattori e dalla capacità del clinico di entrare in contatto non solo con il mondo interno del paziente ma anche e soprattutto con il proprio che può discendere una formulazione diagnostica che permette una reale comprensione del disturbo e un’adeguata pianificazione del trattamento. E’ la complessità dell’oggetto di studio che rende necessario integrare approcci diversi alla diagnosi e porre maggiore attenzione a motivazioni e significati soggettivi del paziente in una prospettiva che tenga conto dell’essere umano come sistema dotato di una sua coerenza e organizzazione. Solo in questo modo è possibile cogliere nel processo diagnostico quelle “strategie inconscie” di cui parla Minolli (1993) che mantenendo il sistema in un equilibrio rigido arrestano l’autocoscienza o presenza a se stessi nella propria esperienza di vita, generando sofferenza.
BIBLIOGRAFIA
Albasi, C. (2004). Per una psicopatologia psicoanalitica relazionale: considerazioni sulle ipotesi eziopatologiche in psicoanalisi, www.psychomedia.it/psich-asti/recenti/albasi1.htm
Barron, J.W. (a cura di) (2005) Dare un senso alla diagnosi. Raffaello Cortina Editore
Fontana M. (2008). La patologia borderline in psicoanalisi secondo una prospettiva relazionale, in Ricerca Psicoanalitica, 1, XIX
McWilliams N., (1994). La diagnosi psicoanalitica, Casa editrice Astrolabio, Roma, 1999
McWilliams N. (1998). Relazione, soggettività e inferenza nel processo diagnostico, in Dare un senso alla diagnosi, a cura di J.W.Barron, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005
Minolli M. (1993). Diagnosi e borderline in Studi di psicoterapia psicoanalitica, Centro Diffusione Psicologia, Genova.
Renik O. (2006). Psicoanalisi pratica per terapeuti e pazienti. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007
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